Argo

(Argo)Argo

Regia di Ben Affleck

con Ben Affleck (Tony Mendez), Bryan Cranston (Jack O’Donnell), John Goodman (John Chambers), Alan Arkin (Lester Siegel), Victor Garber (Ken Taylor), Tate Donovan (Bob Anders), Clea DuVall (Cora Lijek), Rory Cochrane (Lee Schatz), Christopher Denham (Mark Lijek), Kerry Bishè (Kathy Stafford), Kyle Chandler (Hamilton Jordan), Philip Barker Hall (Turner), Adrienne Barbeau (Nina), Chris Messina (Malinov).

PAESE: USA 2012
GENERE: Thriller
DURATA: 120’

Iran, 1953. Un colpo di stato orchestrato da Stati Uniti e dalla Gran Bretagna scalza il primo ministro Mossadeq e permette allo scià di Persia di tornare in patria dopo l’esilio. Nel 1979, dopo essersi macchiato di ogni sorta di crimine, lo scià trova asilo negli USA. I ribelli iraniani non ci stanno e, pretendendo che egli torni in patria per essere processato, prendono in ostaggio 52 diplomatici americani. Sei funzionari sfuggono alla cattura e si rifugiano a casa dell’ambasciatore canadese. L’agente della CIA Tony Mendez, esperto in operazioni sotto copertura, li riporta a casa fingendo che siano attori intenti a girare un film di fantascienza. Per farlo, coadiuvato da alcuni addetti ai lavori di Hollywood, fa partire l’iter produttivo di un film che non vedrà mai la luce…

Argo

Terzo film di Affleck, scritto da Chris Terrio partendo dal libro autobiografico dello stesso Mendez. Funziona molto bene come thriller spionistico di suspense, un po’ meno come parabola sul potere occulto statunitense. Se infatti parte bene – denunziando la procedura tutta americana di scalzare governanti eletti dal popolo per sostituirli con dittatori che piacciano alla Casa Bianca – piano piano si trasforma in un pamplet decisamente patriottico su un grande eroe americano che “riporta a casa i suoi”, in un esplicito elogio alla CIA (uomini che fanno il lavoro sporco e non possono nemmeno prendersene il merito), in un dramma in stile Apollo 13 impregnato di orgoglio yankee. Certo, Affleck ha il merito di non nascondere le magagne dell’intelligence americana; il demerito è quello di lasciarle troppo presto in disparte per concentrarsi sull’eroismo e sulla presunta “libertà americana”. Questi agenti della CIA sanno bene cosa si nasconde dietro il loro lavoro: com’è possibile dunque che non si facciano domande, che moralmente non si sentano in difetto? Qualcuno l’ha definito un film impregnato di etica, ma non lo è. Affleck usa il bastone e la carota, come se, nonostante i lati oscuri, l’America restasse l’unico mondo possibile. Troppo facile. Così come è troppo facile trasformare tutti gli iraniani in cattivoni con la barba e i capelli lunghi che grugniscono e sanno solo usare la violenza, sia essa fisica o verbale. Per quanto attuato nei modi sbagliati, l’intento dei ribelli era sacrosanto: lo scià ha minacciato, fatto uccidere, umiliato il popolo iraniano, ed è giusto che sia quello stesso popolo a processarlo. Troppo facile che venga tratto come un martire dagli “amici americani”. Nonostante una serie di produttori “impegnati” (George Clooney, Grant Heslov, lo stesso Affleck) è un film molto meno anti americano di quanto vorrebbe apparire.

Argo

Funziona invece molto bene su un piano squisitamente meta cinematografico: il parallelismo Hollywood-CIA è azzeccato, e i personaggi di John Goodman e Alan Arkin sono strepitosi. È merito loro se, paradossalmente, il film funziona meglio sul versante comico- satirico che su quello politico. Attori molto, molto bravi, fotografia preziosa di Rodrigo Prieto e montaggio invisibile ed elegante di William Goldenberg (premiato con l’Oscar). Affleck si conferma regista classico ma talentuoso, e rimane uno dei giovani più interessanti del panorama cinematografico hollywoodiano. Oltre a quello a Goldenberg, due Oscar importantissimi (miglior film, miglior sceneggiatura) probabilmente un po’ eccessivi. Non perfetto, ma da vedere, anche perché racconta una storia spesso dimenticata. La voce che si sente sui titoli di coda è quella di Jimmy Carter, ex presidente USA che non poté prendersi il merito dell’operazione (che fu attribuita al governo canadese) e perse credibilità davanti al popolo americano.

Voto

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Lost in Translation – L’amore tradotto

(Lost in Translation)Poster

Regia di Sofia Coppola

con Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte), Giovanni Ribisi (John), Anna Faris (Kelly), Fumihiro Hayashi (Charlie Brown), Akiko Takeshita (Ms. Kawasaki), François Du Bois (il pianista), Takashi Fujii (il presentatore TV), Kunichi Nomura (Kun), Akira [Ryōhei Kurosawa] (Hans).

PAESE: USA 2003
GENERE: Commedia sentimentale
DURATA: 102’

Breve incontro a Tokyo tra il maturo Bob Harris, attore in declino costretto a girare la pubblicità di un whiskey, e la giovane Charlotte, fresca dalle nozze con un fotografo che la trascura. Tra i due, insonni e tormentati, nasce qualcosa di più di un’amicizia…

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Ideato, scritto, prodotto e diretto (in 27 giorni) dalla trentaduenne Sofia Coppola, figlia di Francis Ford, che in Giappone c’è stata per parecchio tempo. È un film impressionista e malinconico che riflette sullo scorrere del tempo, sull’indecifrabilità dei rapporti umani e sulla solitudine dell’individuo nella società odierna. La scelta di ambientare a Tokyo questo tenero “incontro di solitudini” si rivela azzeccata: considerando anche la sua conformazione abitativa (tanti e tutti vicini), la capitale giapponese incarna alla perfezione il paradosso della metropoli, in cui tutti vivono a stretto contatto (nel caso di Tokyo si potrebbe quasi dire “ammassati”) ma non si conoscono, non parlano mai per davvero, cercano invano di convincersi di non essere soli. Il film mette a confronto due diversi modi di vivere che sono anche due diversi modi di “concepire l’esistenza”, e lo fa inscenando una Tokyo kitsch e fracassona che, tolte le parentesi spirituali, somiglia molto ad una Miami o a una Los Angeles. Molto divertente, qua e là poetico, è anche (e soprattutto) un film su Bill Murray, grandissimo attore che recita sempre sotto le righe, improvvisa le proprie battute, fa un umorismo minimalista che è spesso irresistibile: Bill Murray e Bob Harris, attori stanchi e disillusi ma ancora capaci di mettersi in gioco con ironia, sono la stessa, identica persona.

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Molti critici hanno definito lo stile della Coppola uno stile “ancora non definito”, senza riconoscerle che il suo resta pur sempre “uno stile”, elemento che spessissimo manca ai film americani odierni. Anche per questo è un film d’autore, imperniato su una regia dinamica ma riflessiva, capace di registrare i silenzi, gli sguardi, l’avanzar del tempo. E di fare della città di Tokyo un personaggio importante, forse vero protagonista del film. Non mancano parentesi folcloristiche di maniera e abusati luoghi comuni (i giapponesi sono tutti bassi, mettono la L al posto della R e dicono trecento parole per esprimere qualsiasi breve concetto), ma resta un film assai emozionante, sostenuto da ottimi contributi tecnici – come la fotografia “spericolata” (Morandini) di Lance Acord e l’ottima colonna sonora in cui spicca Just Like Honey dei The Jesus and Mary Chain – e da ottime idee in fase di sceneggiatura. Il finale è un piccolo capolavoro che arriva diritto al cuore. Il sottotitolo italiano stravolge il senso dell’originale, letteralmente perso nella traduzione. Come quei particolari linguistici che si perdono per strada traducendo un romanzo (perché magari fanno riferimento a slang conosciuti solo nel paese di origine), la storia tra Bob e Charlotte si “perde” quando i due si separano. Come se quella storia avesse senso solo lì, solo in quel tempo, solo in quella situazione. O forse no, come suggerisce il finale aperto. Da vedere.

Voto

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A History of Violence

(A History of Violence)Locandina originale

Regia di David Cronenberg

con Viggo Mortensen (Tom Stall/ Joey Cusack), Maria Bello (Edie Stall), Ed Harris (Carl Fogarty), William Hurt (Richie Cusack), Ashton Holmes (Jack Stall), Peter MacNeill (sceriffo Sam Carney), Stephen McHattie (Leland Jones), Greg Bryk (William Orser), Sumela Kay (Judy Danvers), Kyle Schmid (Bobby Jordan), Heidi Hayes (Sarah Stall).

PAESE: Germania, USA 2005
GENERE: Drammatico
DURATA: 96’

A Millbrook, Indiana, il tranquillo padre di famiglia Tom Stall uccide eroicamente due malviventi che stavano per compiere una strage nella sua tavola calda. Diventa un eroe, ma alcuni uomini iniziano a perseguitarlo sostenendo che egli non è chi dice di essere…

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Il sottotitolo di questo 17esimo film di Cronenberg, scritto da Josh Holson adattando l’omonima graphic novel di John Wagner (testi) e Vince Locke (illustrazioni), potrebbe essere “una tragedia americana”. È il film di Cronenberg più classico e lineare nello stile, il più complesso per quanto riguarda i temi che affronta, il più “ampio” a livello di possibili letture. Parte con una miscela di spunti lynchiani (“il sonno della provincia genera mostri”) e echi del primo cinema noir (il tema del passato che torna e quello dell’impossibilità di una redenzione ricordano Le catene della colpa di Tourneur), diventa una parabola violenta sull’eterno dualismo bene/ male insito nell’uomo e finisce come un apologo agghiacciante e pessimista sull’America di oggi. Proprio come gli Stati Uniti, che tentano di dimenticare un passato fatto di atroci e molteplici massacri, Tom nasconde i suoi terribili precedenti dietro una parvenza di normalità e, soprattutto, dietro la scocca della persona per bene. Ma la violenza sopita, prima o poi, riesplode. Riflette anche sulla religione – o meglio, sul bisogno umano di essere (o sentirsi) perdonati prima della fine (dopo l’ultimo massacro, Joey si lava nel laghetto della villa del fratello) – sulla figura dell’eroe americano, sul Sogno che è diventato un incubo. L’incubo di questa famiglia perfetta in stile “mulino bianco” che si ritrova sgretolata, inibita, minata nelle fondamenta.

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Il film è scandito da due scene di sesso, entrambe emblematiche: nella prima è Tom a fare sesso con la moglie, nella seconda è Joey; nella prima comanda la donna, nella seconda (talmente impregnata di violenza da sembrare uno sgradevolissimo “stupro consenziente”) l’uomo, che addirittura “domina” la propria compagna. La rappresentazione del sesso serve a Cronenberg per sottolineare, se ce ne fosse il bisogno, la componente animale dell’uomo (colpevole di quel dualismo di cui si parlava prima); ma anche per tornare, ancora una volta, su quel dettame tipico del suo cinema secondo cui è la “corporeità” degli esseri umani a dirci, prima delle parole, COME sono fatti “dentro”. Dopo un prologo in piano sequenza che mette i brividi senza mostrare, il film prosegue con uno stile semplice e raffinato, capace di veicolare il proprio senso nei volti, nei silenzi, nelle “mancanze”; come dimostra la strepitosa, agghiacciante sequenza finale in cui, senza che nessuno parli, Tom/ Joey riprende il suo posto all’interno della famiglia. Mai al cinema qualcuno aveva rappresentato con sguardo così quieto e controllato l’abisso nascosto dentro di noi. È un finale aperto, ma di quelli che danno senso a tutto il film.

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Bravissimi gli interpreti, specialmente Mortensen e la Bello. Hurt preso in controparte è uno spettacolo, ma il suo personaggio (stereotipato, forse “fuori luogo”) rappresenta anche l’unico difetto del film. Non sono invece un difetto, come qualcuno ha dichiarato, le parentesi violente in cui Cronenberg rappresenta con precisione chirurgica l’incontro tra la pallottola e il corpo umano: oltre che essere tipiche del suo cinema, suggeriscono che la violenza “reale” non somiglia affatto a quella che vediamo nei film hollywoodiani. Come già era accaduto a Lynch con Una storia vera, Cronenberg centra il suo film migliore ricercando “la chiarezza della semplicità”, che non significa imbrigliare la propria poetica quanto ridefinirla affinché punti all’universale. Musiche ampollose di Howard Shore, fotografia eccellente di Peter Suschitzky. Un film immenso, un oscuro studio antropologico, un’opera assolutamente imperdibile. 

Voto

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Omaggio a Jessica (Fletcher)

1No, non ridete. Questo post è “realmente” un accorato omaggio alla mitica Signora in giallo (titolo originale: Murder, she wrote), quella Jessica Fletcher che spesso ha accompagnato i miei – e suppongo anche i vostri – momenti casalinghi, siano essi stati mattutini o pomeridiani. Creata nel 1984 da Peter S. Fischer, Richard Levinson e William Link (gli ultimi due furono anche i creatori di Colombo), fu interpretata per dodici stagioni (più vari film tv) dalla deliziosa Angela Lansbury. Quando si tessono le lodi di questa serie – nel campo del giallo, una delle più longeve di sempre, seconda solo all’ispettore Derrick – la prima reazione dell’interlocutore è un risolino di circostanza, talvolta nervoso, talvolta imbarazzato. Perché? Certo, Jessica non è un detective da urlo come John McClane in Die Hard, ma secondo me questa serie tv ha ben più di un pregio, e andrebbe rivalutata. Certo possiede parecchi difetti – inverosimiglianza degli intrecci, ripetizioni dovute alla gigantesca mole di episodi, personaggi (esclusa Lei) tagliati con l’accetta – ma non bisogna essere dei geni per capire che sono gli stessi difetti riscontrabili in una qualsiasi serie del tanto celebrato CSI, che però acquista una parvenza di serietà affidandosi all’alto costo, a personaggissimi con la battuta pronta (qui si che si copia McClane), a una violenza esibita (tanto che quando viene trasmesso in fascia preserale appare in sovrimpressione la scritta “l’episodio è stato rieditato per consentirne la visione in questa fascia oraria”) e a uno stile televisivo vicino al videoclip che tanto piace alle nuove generazioni (ma che fa venire la nausea ai vecchi) e che è tipico delle produzioni Bruckheimer.

2Da quando la scientifica interroga i sospetti e va in giro a puntare pistole ai cattivi? Come cavolo è possibile che risolvano TUTTI i casi, anche sapendo che in America la percentuale di casi risolti è bassissima? E, soprattutto, perché la sigla degli Who (col suo Aaaaauuuuhhhhh) può partire solamente quando il rosso antipatico Horatio Kane spara una frase ad effetto tipo “bè, non potrà più tagliare la corda!”, riferendosi al morto impiccato di turno. Certo, si potrebbe ribattere che anche ne La signora in giallo vi sono elementi analoghi: com’è possibile che la sonnacchiosa cittadina di Cabot Cove (immaginario paesino del Maine in cui risiede la Fletcher) possegga un tasso di mortalità per omicidio superiore a Caracas? E perché mai, ovunque vada Lei, qualcuno finisce per morire? Chi la vede, tocca ferro? Se la conosci, la eviti? Come può il povero Amos (il mitico Tom Bosley) sopportare che la vecchina risolva casi sotto il suo naso senza che lui ci capisca nulla? Tutte cose vere, sicuro. Ma secondo me La signora in giallo resta superiore ai vari CSI perché non è “spocchiosa”, non vuole essere nient’altro che quello che è: un divertissement puro e semplice, condito con un pizzico di suspense. Ci sono anche qui le perversioni e la violenza, ma su di esse non si indugia per un terzo di puntata.

3Orgogliosamente fuori moda, pensata per un pubblico di casalinghe di mezza età ma “riempitivo televisivo” anche per molti giovani, La signora in giallo è una serie che andrebbe riscoperta. Ispirata a Miss Marple, Jessica è un èx insegnante di inglese rimasta vedova a 50 anni, divenuta scrittrice un po’ per caso e capace di un fiuto eccezionale per quanto riguarda i casi di omicidio. Sbarazzina e impertinente, falsa modesta, incorreggibile e impicciona, Jessica risolve tutti i casi che si trova davanti con una faccia tosta da applausi.  Un personaggio impagabile, a tratti irresistibile, sorvolato da un’ironia fine che non può che affascinare. La nonna al potere. Forse anche per questo mi piace molto: è come se mia nonna aiutasse i Carabinieri del mio paese a risolvere i casi più complicati.

Gli episodi erano girati con larghi mezzi, con gusto televisivo ma con contributi tecnici (fotografia, costumi, scenografia, sceneggiatura, regia) di riguardo. Non solo: La signora in giallo è la serie con più guest star della storia della televisione. Nei dodici anni di messa in onda si sono visti: Mickey Rooney, Janet Leigh (Psycho), Linda Blair (la bimba de L’esorcista), Elliott Gould, Capucine, Courtney Cox, Marisa Berenson (Barry Lyndon), Tippi Hedren, George Clooney, Vera Miles, Martin Landau, Leslie Nielsen, Cynthia Nixon, John Astin, Andy Garcia, Joseph Gordon-Levitt. E solo per citarne alcuni. Proprio come in Colombo, altra grande serie tv, ne La signora in giallo si trovano episodi che per qualità sono superiori al 70% dei film dello stesso genere che uscirono al cinema negli stessi anni. Ecco perché vi consigliamo di cercarvi questa serie, ora disponibile in Dvd. Io, con la scusa di dover tenere un corso scolastico sul giallo, mi sono fatto regalare la prima stagione. E voi cosa aspettate? Venti euro per CSI sono buttati, è in replica dovunque. Per la Fletcher, ve lo garantisco, sono spesi bene.

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Pirati

(Pirates)Locandina

Regia di Roman Polanski

con Walter Matthau (capitano Thomas Bartholomew Red), Cris Campion (Jean-Baptiste detto Ranocchio), Charlotte Lewis (Maria-Dolores de la Jeyna de la Calde), Damien Thomas (don Alfondo Felipe Salamanca de la Torré), Olu Jacobs (Boomako), Ferdy Mayne (capitan Linares), David Kelly (Surgeon).

PAESE: Francia, Tunisia 1986
GENERE: Avventura
DURATA: 124’

Il pirata Capitan Red e il suo fido mozzo Ranocchio, in agonia su una zattera in mare aperto, vengono raccolti dal galeone spagnolo Nettuno. Mentre il capitano tenta di mettere le mani su un prezioso trono azteco trasportato sulla nave, Ranocchio si innamora della nipote del governatore di Maracaibo…

Dopo sette anni di silenzio, Polanski torna dietro la macchina da presa con un film anomalo (quantomeno per la sua poetica) che tenta di rispolverare il filone piratesco, fondendo il gusto avventuroso dei film di Errol Flynn con spunti comici talvolta grotteschi e talvolta demenziali. Politicamente scorretto, qua e la molto divertente, ma rimane un film irrisolto in cui la sceneggiatura (di Polanski, Gérard Brach e John Brownjohn) sembra fare a pugni con una regia che vorrebbe volare alto ma che spesso si arena. Ha il merito di tenersi lontano dal gigantismo hollywoodiano e di possedere almeno tre o quattro sequenze azzeccate, ma Polanski ha fatto di meglio. Il problema principale, forse, è che il regista non si trova a suo agio con la commedia “classica”: e infatti il film ha i suoi momenti migliori quando la comicità vira verso il grottesco. La sequenza dei topi e quella, geniale, che vede Red e Ranocchio sospesi su una catena, restano due pezzi assai riusciti, tra i più divertenti del cinema del regista. Dialoghi brillanti sostenuti da una grande interpretazione di Matthau, due o tre caratterizzazioni azzeccate (come il cuoco nero Boomako) e un ritmo sostenuto che non concede sbadigli. Fu un fiasco tremendo, soprattutto a causa degli altissimi costi di realizzazione (la produzione costruì un galeone vero, ora ancorato e visitabile nel porto antico di Genova, vedi foto sotto) e di un pubblico che ancora non era pronto a una rivisitazione del genere.

Voto

Nettuno a Genova

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Romance & Cigarettes

(Romance & Cigarettes)romance-and-cigarettes-poster

Regia di John Turturro

con James Gandolfini (Nick Murder), Susan Sarandon (Kitty Kane), Kate Winslet (Tula), Steve Buscemi (Angelo), Christopher Walken (Cugino Bo), Mary-Louise Parker (Constance Murder), Mandy Moore (Baby), Aida Turturro (Rosebud), Bobby Cannavale (Fryburg), Barbara Sukowa (Gracie), Elaine Stritch (Grace Murder).

PAESE: USA 2005
GENERE: Commedia Musicale
DURATA: 105’

L’operaio newyorchese Nick, che si è preso una sbandata per la rossa Tula, giovane e focosa commessa, viene beccato in flagrante dalla moglie e dalle tre figlie. Inizia la guerra. Quando si accorgerà che una relazione extraconiugale non è appagante come sembrerebbe, la vita avrà in serbo per lui una triste sorpresa…

Terza regia dell’attore Turturro, anche soggettista e sceneggiatore. Più che un musical, è una commedia sentimentale agrodolce con canzoni, quasi tutte evergreen su cui gli attori cantano in playback. È la storia di un uomo che vede la propria esistenza andare in fumo, proprio come una delle sigarette che brucia in continuazione. La prima parte, complici i dialoghi (irresistibili nella loro iperbolica volgarità) è la migliore; la seconda è poetica e malinconica al punto giusto, ma spesso da l’impressione che siano finite le idee. Due film in uno, con registri e toni assai differenti, ma entrambi pregevoli. Molto cattolico (o moralista?) nel messaggio, intelligente nell’analisi dei rapporti di coppia, ironico e tenero nel rappresentare le storture dell’esistenza, è un film divertente e sboccato, sorretto da una regia originale e ricca di trovate, con un bel gruppetto di attori in stato di grazia e una colonna sonora prestigiosa. Producono i fratelli Coen, e si vede: le tante scenette surreali sembrano uscite direttamente da un trip di Jeffrey Lebowski. Almeno due personaggi impagabili, in bilico tra dolcezza e crudeltà: la problematica figlia Rosebud e il cugino Bo. Tra i contributi tecnici spiccano la variopinta fotografia del veterano Tom Stern e i costumi e le scenografie di Donna Zakowska. Lungo i 107’ di visione si ascoltano, tra gli altri, Bruce Springsteen (Red Headed Woman), Tom Jones (Delilah), Cindy Lauper (Prisoner of love), Janis Joplin (Piece of my heart, che appare anche nella versione di Dusty Springfield), James Brown (It’s a man’s man’s man’s world), addirittura la nostra Anna Identici (Quando m’innamoro). Da vedere, anche perché non somiglia a nulla di già visto.

Voto

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Le catene della colpa

(Out of the Past)Locandina originale

Regia di Jacques Tourneur

con Robert Mitchum (Jeff Bailey), Jane Greer (Kathie Moffat), Kirk Douglas (Whit Sterling), Richard Webb (Jim), Rhonda Fleming (Meta Carson), Virginia Houston (Ann Miller), Steve Brodie (Jack Fisher), Dickie Moore (il ragazzo), Paul Valentine (Joe Stephanos), Ken Niles (Leonard Eels), Wallace Scott (Pietro, l’autista).

PAESE: USA 1947
GENERE: Noir
DURATA: 97’

Ex detective privato, ora gestore di una pompa di benzina in un paesino di provincia, è costretto a tornare al lavoro per colpa di un gangster e della sua donna, che fu sua amante. Nonostante l’intenzione di rifarsi una vita, non riuscirà a sfuggire alla spirale di morte generata dalle sue azioni passate…

Dal romanzo Build My Gallows High di Daniel Mainwaring, che l’ha anche sceneggiato con lo pseudonimo di Geoffrey Homes, un noir RKO archetipico ma decisamente anomalo: Tourneur, il più hollywoodiano dei registi francesi, mescola gli elementi tipici del genere (fatalismo tragico, passione morbosa, una dark lady che più dark non si può) con altri decisamente più personali (predilezione per il lato romantico della vicenda, riflessione sull’impossibilità di liberarsi del passato, visione della donna come oggetto del desiderio e soggetto di morte). Parabola esistenziale, ma anche metafora “politica” di un paese che da sempre tenta di nascondere i lati oscuri del proprio passato senza riuscirci: come sottolinea il titolo originale, è impossibile fuggire a ciò che è stato perché esso si ripercuote tragicamente su “ciò che è e su ciò che sarà”, così come ciò che fummo influenza innegabilmente ciò che siamo ora. All’impossibilità di comprendere un destino governato dal caso si aggiunge l’incapacità dell’individuo di dare un peso alle proprie azioni, ovvero “oggettività” e “soggettività”: Tourneur da al noir uno spessore “nuovo”, in cui è l’uomo a governare l’esistenza e ad attribuirne gli sviluppi. La regia compatta e ritmata, visionaria nonostante l’evidente basso costo, è ben sostenuta dalla fotografia di taglio espressionista del grande Nicholas Musuraca e dalle funzionali musiche di Roy Webb. Nel 1989 fu restaurato per conto della Rai da Mario Sesti, che vi aggiunse anche alcune sequenze tagliate nella prima versione, tutt’altro che superflue (come quella finale, un piccolo capolavoro poetico e “morale” che attribuisce senso all’intero film). Ne esiste anche una versione colorizzata, da perdere con ostinazione: per i masochisti, comunque, è presente nella versione Dvd. La critica italiana tende molto a sopravvalutarlo – oggi qualche passo appare francamente un po’ datato – ma resta comunque un gran film, una tappa obbligatoria per gli amanti del noir e per i fan di Tourneur. Il titolo italiano, una volta tanto, non sfigura accanto all’originale. Primo ruolo importante per Mitchum, bravissimo, e grande prova di Douglas, mentre la Greer interpreta uno dei personaggi femminili più sensuali e allo stesso tempo sgradevoli della storia del cinema. Conosciuto anche col titolo La banda degli implacabili. 

Voto

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